martedì 6 dicembre 2011

Almanya, la mia famiglia va in Germania - la recensione 

Fare un film, soprattutto il primo film, pensato, scritto e cambiato per poi essere presentato al mondo. Un po' come l'atteso momento di riempire un'ideale "pagina bianca", con la propria determinante e personalissima storia, o conoscenza, o immaginazione che sia. Ciò che la dovrebbe rendere diversa dalle altre, comunque importante quanto le altre, e farla rimanere bene a galla, nel tempo. Sfida difficile, tentata da molti, vinta da pochi.
La regista Yasemin Samdereli che dieci anni fa, insieme alla sorella Nesrin, ha iniziato a scrivere sulla sua "pagina bianca", conclude il suo percorso di iniziazione al cinema, lasciandoci davanti agli occhi, un album di famiglia dai colori caldi e vividi, su cui restano impressi ricordi e racconti pieni di indiscutibile valenza emotiva.
Non era un gioco facile il suo, soprattutto in patria. Partendo dal proprio vissuto di giovane di origine turca - ormai naturalizzata tedesca da due generazioni - la regista ha voluto, e cercato di raccontare (di nuovo e a suo modo) il senso profondo dell'essere immigrati, la realtà che meglio conosceva, e che aveva urgenza di venire alla luce. Aggiungendo così, un altro piccolo tassello, stavolta lieve e colorito, che si inserisce nella storia di una cinematografia che, da anni, affronta il tema dell'integrazione, in un'ottica conflittuale e drammatica.
Scongiurato il rischio di essere condannato per faciloneria, e respinto come superficiale voce fuori dal coro di serietà e impegno (il film infatti è stato accolto positivamente dalla critica, e da un clamoroso successo di pubblico, in Germania), restava un altro, e forse più ingrato, compito. Quello di emergere tra le numerose pellicole internazionali che, da oltre un decennio, "festeggiano" il melting pot multi-etnico, raccontandone, attraverso i toni della commedia, anche i non trascurabili fallimenti e complessità. Tutt'intorno il paese, nuovo e freddino, che storcendo il naso li accoglie, in mezzo loro: pakistani, indiani o turchi che ballano, mangiano, ridono e piangono. Come in molti film, anche in questo. La trappola della memoria nostalgica e della cronaca dolce amara di lontananza e storia familiare, può infatti tradire anche la sceneggiatura più fresca.
Le sorelle Samdereli amano i classici della commedia, e la loro narrazione rimane quasi sempre brillante e cristallina, e i momenti di retorica sentimentalista si fanno dimenticare, in un lavoro di scrittura dall'ottima tenuta che, come racconta la regista, può ringraziare sinceramente riferimenti come Ernst Lubitsch e Woody Allen.
La storia del patriarca Hussein Yilmaz, (che per un soffio non fu il milionesimo e acclamato Gastarbeit della Germania del 64), pronto, dopo quaranta anni a portare tutta la famiglia, in Anatolia, dove segretamente ha acquistato una piccola casa, è cadenzata dai flash back che la giovane nipote crea, raccontandola al piccolo cuginetto Cenk, in piena crisi di identità culturale.
La famiglia Yilmaz infatti è tedesca a tutti gli effetti, sottoscrivendo anni prima un patto infernale che li obbligava a mangiare maiale tutti i giorni, vedere l'Ispettore Rex una volta a settimana, e andare ogni due anni in vacanza a Palma di Maiorca.

E' forse il fatto che sia spesso il punto di vista dei bambini, a coincidere con il racconto dei fatti, che rende più tangibile lo stupore davanti allo sconosciuto e diverso, l'assurdità dei pregiudizi (quasi inevitabili) e l'aspetto anche grottesco di certe paure; è infatti questa flagranza, il punto di forza del film. Insieme ad essa, la performance globalmente riuscita, di un cast "multiculti", in Italia poco conosciuto, ma meritevole di grande attenzione.
Così il terrore per il crocifisso, truculenta figura che perseguita Muhamed, il secondo figlio di Hussein, o lo spettro paradossale del cannibalismo, nato dall'idea del sacramento della comunione, aggiungono garbatamente una prospettiva in più, quella sulla diffidenza turca nei confronti del paese ospitante, come ulteriore modo per guardare ai propri limiti, dalla parte opposta della "barricata".
Cavalcando il surreale, con regia e fotografia che ricordano (non poco) il Jean-Pierre Jeunet di Delicatessen e de Il favoloso mondo di Amélie, nella ricerca dell’effetto un po' si eccede; ma sono comunque di più i momenti preziosi in cui, sorridendo e ridendo, nitidamente si guarda a ciò che significa essere perennemente stranieri, andata e ritorno, attratti e respinti dai due poli, tra cui sono divise intere generazioni.

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