martedì 6 dicembre 2011

Mosse vincenti - la recensione del film con Paul Giamatti

A vederlo superficialmente, Mosse vincenti sembra solo l’ennesima storia di riscatto esistenziale di un loser di mezza età, capace di rimediare ai suoi errori e alle sue sconfitte grazie alla novità nella sua vita incarnata da un adolescente problematico che gli fa riscoprire stimoli e bussola morale. E, sia detto per inciso, la scelta di affidare il ruolo del protagonista, Mike, al sempre più manierato e detestabile Paul Giamatti sembrava coerente al disegno generale.
Ma l’opera terza di Tom McCarthy (che ha intervallato il cinema con la realizzazione del mai trasmesso pilot del serial di culto Game of Thrones

), è a suo modo un film più complesso di quanto il sunto della sua trama (superficiale, appunto) possa lasciar intendere.
Il regista stesso, presentando il suo film, ha ribadito come le motivazioni economiche che dettano il comportamento iniziale del suo protagonista (quelle che precedono l’arrivo della variabile imprevista rappresentata da giovane Kyle) siano un’ovvia chiave interpretativa che permette di leggere Mosse vincenti come una sorta di apologo morale sulla vita ai tempi della crisi.
Una crisi pervasiva, capace di destabilizzare ben oltre il livello immediato, provocando una corruzione che è per l’appunto morale e interiore prima ancora che relativa a fatti e cifre.
McCarthy
, nel tratteggiare questi aspetti, smorza sensibilmente i toni rispetto alle sue opere precedenti, risultando meno dolente e molto più conciliato, nell’evidente intenzione di gettare una luce di speranza che non significa superamento ma sincera accettazione e organica convivenza con le difficoltà (economiche e non) della vita.

Se nel far ciò non scivola eccessivamente nel buonismo è anche e soprattutto grazie alla capacità di scrittura che ha sempre dimostrato di avere, all’abilità di tratteggiare con leggerezza e incisività sia i protagonisti che la rete di situazioni che si vengono a creare.

McCarthy
rende in questo modo vivi e credibili i suoi personaggi, sopperendo alla mancanza di spunti realmente originali e livellando le asperità di una storia che, soprattutto nel finale, scivola a volte nel patetismo prevedibile e programmatico dei buoni sentimenti e della riscossa a tutti i costi.

Questa scrittura, unita la volontà di guardare dentro alle teste e ai cuori dei protagonisti, e non solo dentro il loro portafogli, rendono però
Mosse vincenti un film costruito su dettagli e sfumature che rendono l’idea di un insieme e di un sentimento ben più dello stagliarsi delle figure e dei temi in primo piano.
E tra un dettaglio e l’altro, intervallato da alcuni dialoghi e battute decisamente brillanti, il film lascia anche intravedere, oltre alle riflessioni economiche in evidenza (e quindi secondarie), anche un’idea di famiglia assai meno tradizionale e rassicurante di quanto non appaia in prima battuta, arrivando a mettere dolcemente in dubbio il dogma del diritto biologico ad esercitare il ruolo di genitore.

Nessun commento:

Posta un commento