venerdì 9 dicembre 2011

The Artist - la recensione del film di Michel Hazanavicius

 
Era dai tempi de L'ultima follia di Mel Brooks, se non andiamo errati, che il cinema muto non arrivava sul grande schermo. Ma se quel film – godibilissimo - si iscriveva di diritto nel registro parodistico e farsesco tipico dell'autore, The Artist sembra nascere da una vera e propria necessità. Quello che colpisce immediatamente, vedendolo, sono la straordinaria passione, la cultura cinematografica e la cura per il dettaglio che lo animano e gli hanno dato vita contro tutto e tutti. Basterebbe questo a farcelo amare: non c'è alcuna presunzione in quest'impresa, ma la volontà di rendere omaggio a un cinema venerato, che ha formato generazione di registi e spettatori, fatto da autori europei con capitali del nuovo mondo in quella che diventerà la culla e la mecca della settima arte, Hollywoodland (come ancora recitava il celebre cartello sulle colline di Los Angeles). Un luogo che diventa fin da subito fabbrica di sogni, emozioni, vite alternative, che crea stelle e mostri, capace di accogliere a braccia aperte gli artisti in fuga dall'Europa in fiamme, ma al tempo stesso di trattare i suoi divi a contratto come polli di allevamento. Un luogo pieno di luci e ombre, reso alla perfezione dalla formula - muto + bianco e nero - scelta da Hazanavicius.
L'idea vincente del film dunque non è quella di prendere una forma antiquata per far recitare gli attori in modo esagerato e giocare a fare il cinema muto, ma quella di mandare volti, corpi e paesaggi in un viaggio a ritroso nella macchina del tempo, di trasformarli col trucco, le scene e i costumi per poi inserirli nelle vere location della storia (Peppy vive nella casa che fu di Mary Pickford!) con i veri oggetti di scena e la musica sul set. Poi basta chiedere agli interpreti una recitazione il più naturale possibile, e il gioco è (quasi) fatto.
Dalla geniale idea di velocizzare leggermente le riprese a quella di sfumare il bianco e nero in una gamma infinita di grigi, a seconda dello stato d'animo del protagonista, The Artist è un film talmente pieno di brillanti intuizioni da essere forse, in certi momenti, anche “troppo” perfetto.  Può essere questo l'unico difetto di una pellicola che riprende anche i generi del cinema classico hollywoodiano – non solo di quello muto - nella sua struttura narrativa: ecco il melò, la love-story, la caduta dopo l'irresistibile ascesa, il dramma, lo scintillante luccichio del musical. C'è davvero di tutto dentro The Artist: Quarto potere di Orson Wells (la scena della colazione, il magazzino coi mobili di George), Viale del tramonto di Billy Wilder (la parabola della star che non si rassegna, accompagnato dal fedele autista che firma anche gli autografi per lui e gli resta accanto nella disgrazia) e – anche se è il richiamo più ovvio e forse  meno voluto – E' nata una stella di William Wellman e Cantando sotto la pioggia di Stanley Donen. Ma ci sono anche Lubitsch, Murnau, i film di King Vidor, i numeri di tip tap di una grande coppia danzante come Fred Astaire e Eleanor Powell.
E il protagonista, col fedele cagnolino che lo accompagna sempre, è un incrocio tra William Powell, il John Gilbert messo in crisi dal sonoro,  Douglas Fairbanks ed Errol Flynn: bello di una bellezza in apparenza inscalfibile dalla vita, il volto trasfigurato da un eterno, sfavillante sorriso, sempre pronto a giocare coi fan. Una star talmente convinta della propria invincibilità da rifiutarsi di cambiare, un uomo che preferisce assaporare fino in fondo la propria caduta in disgrazia invece di rimboccarsi le maniche, o di accettare l'amore disinteressato di una ragazza più giovane. A dargli corpo, fascino, sguardo, è un incredibile attore chiamato Jean Dujardin, che ha iniziato la propria carriera facendo il buffone nei vari Zelig d'oltralpe, e che dimostra qui un'espressività e un carisma assolutamente all'altezza dei suoi modelli. Lo affianca la moglie del regista, Bérénice Béjo, bellissima e vivace “maschietta”, che sembra uscita da uno dei racconti più scintillanti di Francis Scott Fitzgerald. E sono perfetti anche gli attori “secondari”, da John Goodman a James Cromwell. A tutto questo Hazanavicius aggiunge le belle musiche di Ludovic Bource e un concetto di regia davvero moderno: senza spoilerare niente, diremo che il film non è interamente muto, e l'uso che il regista fa del sonoro è – ancora una volta – di un'intelligenza non comune. Come i grandi film che Hollywood non sa più darci, con il loro carico di emozione pura e glamour assoluto, The Artist compie il suo miracolo lasciando lo spettatore contento e stupito, con la voglia, probabilmente, di rivederlo ancora una volta. In mancanza della voce lo sguardo torna protagonista e il cinema, “che è diventato piccolo” come diceva Gloria Swanson, riacquista le sue giuste dimensioni.

martedì 6 dicembre 2011

Almanya, la mia famiglia va in Germania - la recensione 

Fare un film, soprattutto il primo film, pensato, scritto e cambiato per poi essere presentato al mondo. Un po' come l'atteso momento di riempire un'ideale "pagina bianca", con la propria determinante e personalissima storia, o conoscenza, o immaginazione che sia. Ciò che la dovrebbe rendere diversa dalle altre, comunque importante quanto le altre, e farla rimanere bene a galla, nel tempo. Sfida difficile, tentata da molti, vinta da pochi.
La regista Yasemin Samdereli che dieci anni fa, insieme alla sorella Nesrin, ha iniziato a scrivere sulla sua "pagina bianca", conclude il suo percorso di iniziazione al cinema, lasciandoci davanti agli occhi, un album di famiglia dai colori caldi e vividi, su cui restano impressi ricordi e racconti pieni di indiscutibile valenza emotiva.
Non era un gioco facile il suo, soprattutto in patria. Partendo dal proprio vissuto di giovane di origine turca - ormai naturalizzata tedesca da due generazioni - la regista ha voluto, e cercato di raccontare (di nuovo e a suo modo) il senso profondo dell'essere immigrati, la realtà che meglio conosceva, e che aveva urgenza di venire alla luce. Aggiungendo così, un altro piccolo tassello, stavolta lieve e colorito, che si inserisce nella storia di una cinematografia che, da anni, affronta il tema dell'integrazione, in un'ottica conflittuale e drammatica.
Scongiurato il rischio di essere condannato per faciloneria, e respinto come superficiale voce fuori dal coro di serietà e impegno (il film infatti è stato accolto positivamente dalla critica, e da un clamoroso successo di pubblico, in Germania), restava un altro, e forse più ingrato, compito. Quello di emergere tra le numerose pellicole internazionali che, da oltre un decennio, "festeggiano" il melting pot multi-etnico, raccontandone, attraverso i toni della commedia, anche i non trascurabili fallimenti e complessità. Tutt'intorno il paese, nuovo e freddino, che storcendo il naso li accoglie, in mezzo loro: pakistani, indiani o turchi che ballano, mangiano, ridono e piangono. Come in molti film, anche in questo. La trappola della memoria nostalgica e della cronaca dolce amara di lontananza e storia familiare, può infatti tradire anche la sceneggiatura più fresca.
Le sorelle Samdereli amano i classici della commedia, e la loro narrazione rimane quasi sempre brillante e cristallina, e i momenti di retorica sentimentalista si fanno dimenticare, in un lavoro di scrittura dall'ottima tenuta che, come racconta la regista, può ringraziare sinceramente riferimenti come Ernst Lubitsch e Woody Allen.
La storia del patriarca Hussein Yilmaz, (che per un soffio non fu il milionesimo e acclamato Gastarbeit della Germania del 64), pronto, dopo quaranta anni a portare tutta la famiglia, in Anatolia, dove segretamente ha acquistato una piccola casa, è cadenzata dai flash back che la giovane nipote crea, raccontandola al piccolo cuginetto Cenk, in piena crisi di identità culturale.
La famiglia Yilmaz infatti è tedesca a tutti gli effetti, sottoscrivendo anni prima un patto infernale che li obbligava a mangiare maiale tutti i giorni, vedere l'Ispettore Rex una volta a settimana, e andare ogni due anni in vacanza a Palma di Maiorca.

E' forse il fatto che sia spesso il punto di vista dei bambini, a coincidere con il racconto dei fatti, che rende più tangibile lo stupore davanti allo sconosciuto e diverso, l'assurdità dei pregiudizi (quasi inevitabili) e l'aspetto anche grottesco di certe paure; è infatti questa flagranza, il punto di forza del film. Insieme ad essa, la performance globalmente riuscita, di un cast "multiculti", in Italia poco conosciuto, ma meritevole di grande attenzione.
Così il terrore per il crocifisso, truculenta figura che perseguita Muhamed, il secondo figlio di Hussein, o lo spettro paradossale del cannibalismo, nato dall'idea del sacramento della comunione, aggiungono garbatamente una prospettiva in più, quella sulla diffidenza turca nei confronti del paese ospitante, come ulteriore modo per guardare ai propri limiti, dalla parte opposta della "barricata".
Cavalcando il surreale, con regia e fotografia che ricordano (non poco) il Jean-Pierre Jeunet di Delicatessen e de Il favoloso mondo di Amélie, nella ricerca dell’effetto un po' si eccede; ma sono comunque di più i momenti preziosi in cui, sorridendo e ridendo, nitidamente si guarda a ciò che significa essere perennemente stranieri, andata e ritorno, attratti e respinti dai due poli, tra cui sono divise intere generazioni.

Mosse vincenti - la recensione del film con Paul Giamatti

A vederlo superficialmente, Mosse vincenti sembra solo l’ennesima storia di riscatto esistenziale di un loser di mezza età, capace di rimediare ai suoi errori e alle sue sconfitte grazie alla novità nella sua vita incarnata da un adolescente problematico che gli fa riscoprire stimoli e bussola morale. E, sia detto per inciso, la scelta di affidare il ruolo del protagonista, Mike, al sempre più manierato e detestabile Paul Giamatti sembrava coerente al disegno generale.
Ma l’opera terza di Tom McCarthy (che ha intervallato il cinema con la realizzazione del mai trasmesso pilot del serial di culto Game of Thrones

), è a suo modo un film più complesso di quanto il sunto della sua trama (superficiale, appunto) possa lasciar intendere.
Il regista stesso, presentando il suo film, ha ribadito come le motivazioni economiche che dettano il comportamento iniziale del suo protagonista (quelle che precedono l’arrivo della variabile imprevista rappresentata da giovane Kyle) siano un’ovvia chiave interpretativa che permette di leggere Mosse vincenti come una sorta di apologo morale sulla vita ai tempi della crisi.
Una crisi pervasiva, capace di destabilizzare ben oltre il livello immediato, provocando una corruzione che è per l’appunto morale e interiore prima ancora che relativa a fatti e cifre.
McCarthy
, nel tratteggiare questi aspetti, smorza sensibilmente i toni rispetto alle sue opere precedenti, risultando meno dolente e molto più conciliato, nell’evidente intenzione di gettare una luce di speranza che non significa superamento ma sincera accettazione e organica convivenza con le difficoltà (economiche e non) della vita.

Se nel far ciò non scivola eccessivamente nel buonismo è anche e soprattutto grazie alla capacità di scrittura che ha sempre dimostrato di avere, all’abilità di tratteggiare con leggerezza e incisività sia i protagonisti che la rete di situazioni che si vengono a creare.

McCarthy
rende in questo modo vivi e credibili i suoi personaggi, sopperendo alla mancanza di spunti realmente originali e livellando le asperità di una storia che, soprattutto nel finale, scivola a volte nel patetismo prevedibile e programmatico dei buoni sentimenti e della riscossa a tutti i costi.

Questa scrittura, unita la volontà di guardare dentro alle teste e ai cuori dei protagonisti, e non solo dentro il loro portafogli, rendono però
Mosse vincenti un film costruito su dettagli e sfumature che rendono l’idea di un insieme e di un sentimento ben più dello stagliarsi delle figure e dei temi in primo piano.
E tra un dettaglio e l’altro, intervallato da alcuni dialoghi e battute decisamente brillanti, il film lascia anche intravedere, oltre alle riflessioni economiche in evidenza (e quindi secondarie), anche un’idea di famiglia assai meno tradizionale e rassicurante di quanto non appaia in prima battuta, arrivando a mettere dolcemente in dubbio il dogma del diritto biologico ad esercitare il ruolo di genitore.

venerdì 2 dicembre 2011

Il giorno in più - la recensione del film con Fabio Volo


Il Volo newyorkese è stato sereno, non sorprendente, moderatamente lungo, gradevole senza sbalzi folli (forse qualcuno d'umore). Abbiamo guardato fuori pensando che un film tratto da un suo libro sarebbe arrivato presto, e quello italo-americano aveva più chance di tutti. E' stato così, e questo è il modo in cui hanno distribuito le carte. Metà a Massimo Venier, metà a Fabio Volo, in coppia con Isabella Ragonese.

Tra Milano e New York Il giorno in più è di Massimo Venier nella proporzione stilistica, nella fluidità narrativa tra due centri cittadini, nella commedia soft che apre i battenti al sentimento e alle dolci svolte di percorso. E' di Fabio Volo per un buon libro che è idea sua (rivisto e aggiornato per il cinema insieme al regista, Pontremoli e Pellegrini), per un personaggio che si aggancia fin troppo a lui, per un'immediatezza emozionale che è il suo maggior pregio, ma va calibrato ad ogni nuova occasione.

Giacomo (Fabio Volo) e Michela (Isabella Ragonese) hanno ragione entrambi di vivere a Milano, a modo loro. Lui da simpatica canaglia, da uomo di successo che indovina i desideri altrui, ma non i suoi, che vuole le donne a breve, avendone però un costante bisogno. Lei, di lei non si sa molto, se non che lavora, è spiritosa oltre che bella, e senza acidità sa cosa aspettarsi da molti primi appuntamenti. Questi della storia sono i binari e della contemporaneità i segni. Se Michela non dovesse partire, la magia dei soli sguardi in tram e della donna ideale disegnata in fantasia da Giacomo (ad amici e parenti), rimarrebbe confinata lì. Invece la commedia di Venier passa l'Oceano per diventare romantica e possibilista. Passa l'Oceano per determinare il gioco di una coppia appena formata, che non vuole definirsi per stare insieme. Quindi sceglie, negli stessi luoghi, vie, parchi di molti altri amanti classici e moderni, di vivere un delizioso concentrato "a termine". E' una sensazione nuova per loro, che arriva a noi con la spontaneità del disimpegno e il calore timido del primo approccio (iniziato con un gesto impulsivo del protagonista).

Nelle necessarie rifiniture alla pagina scritta da Fabio Volo, si perde però qualcosa di confidenziale e ironico che approfondiva il sentimento, dei pensieri slegati o impacciati che pesavano sul coinvolgimento. Il film fugge a ragione l'incedere stucchevole e desueto, semplificando a tratti la via, sfiorando l'arguzia degli scambi verbali che connota poco l'onestà di fondo. New York, trattata con piacevole cautela dal regista, diventa il posto in cui si corre il rischio (normalizzato) di essere sciocchi e innamorati. Dove quest'ultimo andava appesantito delle incaute follie d'amore, dei desideri confusi di coppia, di un'immaginazione giocosa più personale, andava invece smussato e contaminato il carico di indifferenza milanese.

Non meno irrazionale e sfumato, anche se moderno, il romanticismo ha molte strade e poche misure. Per chi ne ha paura il volo newyorkese può essere una buona partenza.

martedì 29 novembre 2011

1921 - Il mistero di Rookford, la recensione del film


Nell'Inghilterra dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, Florence Cathcart ha una missione: smascherare i finti medium e spiritisti che, approfittando delle gravi perdite del paese, nutrono di finte illusioni le persone colpite da lutti. La sua fama di acchiappafantasmi le procura una chiamata da Rookford, un collegio apparentemente infestato dallo spirito di un bambino morto di morte violenta. Decisa a dare una spiegazione razionale al fenomeno, Florence si trova coinvolta in prima persona nella inquietante vicenda.
1921. Il mistero di Rookford, debutto alla regia dello sceneggiatore Nick Murphy, è una classica ghost-story inglese che riecheggia nei temi e nell'ambientazione "Giro di vite" di Henry James e i film che ne sono stati tratti. Seguendo la tradizione del genere, l'autore è più attento alle atmosfere che alle scene spaventose (che pure non mancano). Tra i meriti del film l'ottima performance della brava e bella Rebecca Hall, supportata adeguatamente da Dominic West e Imelda Staunton.

E' una tradizione gloriosa, nel cinema britannico, quella delle ghost-stories. In fondo, sono stati proprio gli inglesi a inventare il genere, o almeno a codificarlo, a partire dagli scritti di Montague Rhodes James per arrivare al capolavoro del suo quasi omonimo, Henry James, quel Giro di vite a cui sembra impossibile non fare riferimento ogni volta che si affronta una storia di fantasmi. E di sicuro Nick Murphy e il suo cosceneggiatore Stephen Wolk l'hanno avuta ben presente nello scrivere 1921. Il mistero di Rookford. Nel copione originale la storia era infatti ambientata in epoca vittoriana, ma proprio per non riecheggiare troppo da vicino i suoi modelli, gli autori l'hanno spostata al periodo successivo alla Prima Guerra Mondiale.
Gli ingredienti sono quelli giusti: una casa – in questo caso una scuola – enorme e minacciosa circondata da boschi, una presenza misteriosa, un eroe (eroina in questo caso) scettico, e un'ambiguità di fondo che pervade tutta la vicenda e avvolge anche i personaggi umani.
Ci sono anche echi di The Orphanage e The Others, in questo film, a dimostrare forse la difficoltà di raccontare in modo veramente originale una storia di fantasmi (impresa a parer nostro riuscita a un altro Murphy, Ryan, con la sua serie metafilmica American Horror Story). Qui sta a parer nostro il limite principale del film: nonostante la confezione egregia e le ottime interpretazioni – su tutti Rebecca Hall e Imelda Staunton – non riesce a stupirci e a sorprenderci come vorrebbe. Dopo una prima parte in cui la protagonista ci viene presentata nell'esercizio delle sue razionali funzioni, il disvelamento successivo attutisce l'orrore della situazione, per rivelare che alla base di tutto c'è una dimostrazione estrema di amore famigliare, che tocca i toni del melò. Il film è costruito perfettamente, come un meccanismo a orologeria, in un gioco di incastri e di indizi successivi attraverso i quali lo spettatore più addentro al genere può arrivare alla “verità”, come accade in molti whodunit, sia pure non d'impianto soprannaturale. La casa di bambole, fondamentale nel racconto, ne riflette la struttura a scatole cinesi, a dimostrazione della capacità narrativa degli autori. Ma paradossalmente è proprio questa sapienza nel creare il meccanismo della suspense - a parte qualche incomprensibile sbavatura, come il personaggio del giardiniere – a suscitare nel pubblico aspettative, quasi impossibili da soddisfare.

1921. Il mistero di Rookford non ci colpisce dunque per il climax, ma ne apprezziamo soprattutto le atmosfere, la suggestiva fotografia e la performance di Rebecca Hall, un'attrice in grado di dare corpo e anima al personaggio di una donna in apparenza liberata, in realtà inconsapevole prigioniera di quello contro cui combatte.

Midnight in Paris - la recensione del film di Woody Allen

Woody (e noi) e la nostalgia dei tempi andati. Quelli che non abbiamo mai vissuto, che sono stati mitici e che mitizziamo ancor di più per non averli toccati con mani, occhi, cuore.
Midnight in Paris rappresenta uno scarto netto rispetto ai ragionamenti portati avanti da Allen nei suoi ultimi film: quelli sull'amore, la coppia, la vita. Le sue difficoltà e le sue illusioni. Perché Midnight in Paris non è semplicemente la storia di un uomo che, alle soglie del matrimonio, nella Parigi che ha sempre amato, vede le sue crisi esistenziali esplodere per via dell'incontro con un'altra donna.

Recuperando la dimensione immaginifica e sognante di opere come La rosa purpurea del Cairo e similari, Allen fa del Gil ottimamente interpretato da Owen Wilson - che (non) è l’ennesima incarnazione del suo autore - un uomo che sogna un passato, quello della Parigi degli anni Venti, e che ne viene letteralmente rapito nel corso di una peregrinazione notturna, allo scoccare della mezzanotte. E allora Gil abbandona il suo presente e finisce a una festa con Scott Fitzgerald e Zelda, a bere con Hemingway, a far leggere il suo tribolato romanzo a Gertrude Stein, a innamorarsi della musa di Picasso e a disquisire della paradossale situazione che vive (?) con i surrealisti Dalì, Man Ray e Buñuel. E che, così facendo, saltando avanti e indietro nel tempo, realizza gradualmente tutte le insoddisfazioni professionali e sentimentali del suo presente.

Ma. C’è un ma. Perché se nell'ultimo, deludentissimo Incontrerai l'uomo dei tuoi sogni, Allen parlava in maniera triste e senescente di come abbandonarsi alle illusioni fosse l'unico, seppur fallimentare, modo per vivere meglio, qui il regista da un film all'anno recupera uno smalto da tempo era stato opacizzato da una patina di stanchezza e disillusione. Con Midnight in Paris, infatti, Allen torna a ragionare con grande lucidità e intelligenza sul senso della nostalgia e dell'illusione: da un lato continuando ad esaltare il sogno romantico, la (momentanea) fuga fantastica, come necessario carburante propulsivo del vivere, dall'altro rimarcando come il confronto col presente sia non solo necessario, ma inevitabile.
Fondamentale.

Nella Parigi degli anni Venti Gil trova tutto quel che desidera, e per questo nei suoi ritorni alla realtà trova la forza e il coraggio per vedere quel che negava: un rapporto insoddisfacente, un tradimento chiaro ma ignorato, il suo progressivo castrarsi nel nome di un pragmatismo che non fa affatto rima con realismo.
Allen però è lucido, e sa bene realismo non è nemmeno abbandonarsi a un sogno che prima o poi si trasformerà in una nuova spirale d'insoddisfazione, perché sognare e basta è una fuga vigliacca di quelle che Hemingway non perdonerebbe. Realismo è il coraggio che Gil ha nel non seguire il sogno del suo sogno, la splendida Adriana di Marion Cotillard, che come lui mitizza un altro âge d'or che non ha mai vissuto, e alla quale non riesce a rinunciare quando la abbraccia.
Realismo è aver voglia di sognare e avere il coraggio di portare il sogno nel presente, nella vita vera. Di capire che se una donna è sbagliata, e un'altra è solo utopia, ce ne deve essere una terza che è giusta, che condivide i nostri sogni ma che sogno non è. Di vivere la vita con idealismo, ma senza velleitarismi.

Nel suo film, Allen fa dire a Gertrude Stein che l'artista non è colui che fugge, ma colui che con la sua opera cerca di dare senso e speranza di fronte all'insensatezza dell'esistenza.
Non occorre aggiungere molto. Forse solo che la classe, l'arguzia, l’umorismo, il sentimento e persino la politica (quella spicciola e quella esistenziale, ma pesantissima, considerati i tempi che viviamo) che Allen mette dentro la declinazione in film di questo concetto non sono cosa di tutti i giorni.

venerdì 25 novembre 2011

Happy Feet 2, la recensione del film

 
In Happy Feet 2 il pinguino Mambo è diventato papà, ma suo figlio Erik non è meno complessato di lui quando aveva la sua età: restìo alla danza, parte alla scoperta di se stesso e del mondo proprio quando i Pinguini Imperatori vengono imprigionati dallo scioglimento dei ghiacci. Sulla strada, in compagnia di papà Mambo, incontrerà tra gli altri il pinguino volante Sven e il buon vecchio esuberante Ramón.
Cinque anni fa il primo Happy Feet conquistò un grande successo al botteghino, assicurandosi persino l'Oscar come miglior film d'animazione. George Miller, più noto come creatore di Mad Max, prosegue la storia riproponendo i tratti distintivi della sua visione personale del cartoon.
Torna qui la chiave fotorealistica delle immagini, sia nel design dei personaggi sia nelle ambientazioni, portata alle estreme conseguenze quando appaiono alcuni umani ripresi in live-action. In contrasto, i pinguini continuano a esibirsi in rivisitazioni di celebri hit pop e non (la migliore è una spiazzante citazione della Tosca pucciniana), e l'inno animalista nell'estetica nasconde al suo interno un'umanizzazione caratteriale potente del suo variegato cast. Che tale contrasto sia il vero punto nevralgico sul quale si danno battaglia detrattori e amanti della saga?

Non cresciuto con la matita in mano, Miller vede forse il mondo di Happy Feet come un'estensione di quel cinema familistico dal vero con animali, da lui portato sullo schermo come produttore prima e regista poi in Babe, maialino coraggioso e Babe va in città.
Lo stile sovraccarico del film è di certo più affine all'entusiasmo in performance capture dello Spielberg di Tintin o del Zemeckis di A Christmas Carol, piuttosto che alla tradizione di rivali diretti come Pixar o DreamWorks Animation. Non per niente, regista delle animazioni è Rob Coleman, secondo occhio di Lucas per la nuova trilogia di Star Wars.
Miller agita la cinepresa virtuale inseguendo una spettacolarità da otto volante: ironia della sorte, dopo i discorsi sulle potenzialità sottili del 3D, ancora una volta la stereoscopia convince sul serio in casi come questi, quando si esagera.
Spremendo la fantasia improvvisativa del cast vocale originale all-star (Elijah Wood, Pink, Hank Azaria, Robin Williams, Brad Pitt, Matt Damon, Common), Miller non si fa problemi nel divagare e diluire la vicenda portante con siparietti gigioneschi su cui gli animatori, nei limiti dello stile appunto fotorealistico, non possono però sbizzarrirsi più di tanto.
Lo strano risultato appare quindi non tanto virtuosistico quanto esagitato, complice una versione italiana che tenta di adattare testi inadattabili, nonostante l'impegno encomiabile di Beppe Fiorello, Linus, Nicola Savino, Nathalie, Massimo Lopez, Pierfrancesco Favino e un ottimo Gigi Proietti.
I figli gradiranno i duetti dei krill o si riconosceranno nella facile dolcezza di alcune situazioni, ma gli adulti commossi da Up! rimpiangeranno forse chi si ricorda di parlare anche a loro.